"Il sorriso di uno sconosciuto"


Strano ma la giostra della vita a volte ci regala inaspettate esperienze di spessore indefinibile, come se l’Angelo custode a volte diventa umano quando la razionalità ti viene meno, quando il dolore è talmente alto che diventa insopportabile ti fa uscir di senno, ti toglie il respiro, il modo di ragionare, ti distrugge la normale andatura pressoria del cuore togliendo anche il fiato.
Vado con ordine. Quello che mi è successo ha del Divino, ero in condizioni a dir poco pietose, quando mi si avvicina un signore che dimostrava d’avere circa settant'anni e subito mi chiede con velata vergogna se ero arrivato al limite della sopportazione, non so se gli ho risposto, oppure l’ho solo pensata la risposta, fatto sta che continua dicendomi che gli spiaceva del mio stato che ero giovane per essere ridotto così. Io non avevo la forza di rispondere nelle mie apnee dovute alle fitte, ma lui sempre con un sorriso di vera luce di quelli che raramente riesci a vedere e soprattutto a percepire con un’intensità si forte.
Continua chiedendomi quanti anni avevo, alla mia risposta volge per un attimo lo sguardo a terra e sottovoce mi dice che suo figlio più piccolo aveva la mia stessa età. La stranissima cosa era che mentre lo ascoltavo mi sembrava che i miei dolori si fossero attenuati dandomi la capacità dell’ascolto più nitido e attento, sempre con il sorriso che mi arrivava dentro il cuore, continua dicendomi che ha anche un altro figlio di sessant’anni e che lui aveva novanta tre anni. 
Mai avrei immaginato gli anni che aveva. Il suo fare sciolto senza incertezza sicuro nel portamento, mi è venuto un pensiero veloce di attimi in cui lo avevo visto in un posto tranquillo in quella sua vita che non ha lasciato segni tangibili nel suo corpo perfetto, di fatiche, mali o che la vita gli avesse donato un percorso senza nessuna difficoltà.
Mai in vita mia mi sono sentito tanto meschino e avrei dato qualsiasi cosa per cancellare un pensiero insano malevolo, sembrava che quel pensiero lo abbia letto perché, sempre con una dolcezza inumana, mi dice di portare un segno indelebile nel suo corpo ed anima un numero tatuato sul braccio!
Credo la mia espressione sia cambiata e lui mi ha preso il braccio scuotendomi sempre con una dolcezza come si fa con un neonato, ma la sensazione è stata fortissima lo spronarmi ad uscire da uno stato prostatico imbarazzante.
Mi racconta nei minimi particolari il rastrellamento fatto a Pordenone che i Tedeschi hanno fatto prendendolo e portandolo via nel campo di concentramento di Dachau, il primo fatto dai Tedeschi, in un vecchio capannone dove facevano munizioni dismesso. Ricco il racconto di notizie strazianti di orrore che i sui occhi avevano visto le torture subite, la morte di amici di famigliari la volontà spezzata dalla disumana mano non di uomini ma di bestie assetate di sangue con al posto del cuore il solo odio che ad ogni sua pulsazione irradia nelle vene puro odio.
 Più l’ascoltavo più il tempo rallentava il suo corso, rallentandomi anche il dolore, lasciando alla mia immaginazione per quel suo vissuto nel’orrore più spietato. Mentre il suo sorriso sempre più profondo mi coccolava l’anima.
Dopo il racconto delle atrocità subite e passate la liberazione ed il ritorno a casa senza più niente, solamente il dolore della carne, dell’anima. Il ricominciare tutto dal niente con l’anima svuotata da qualsiasi emozione e sentimento.
 La dura faccia della realtà che tale non lo è più rimasta in quel campo di concentramento lasciandoli solo la speranza di farcela di nuovo di riacquistare una piccola parte di quei sentimenti persi lasciati in balia di fosse comuni di montagne d’inermi vite spaccate dall’atrocità altrui. Volevo dirgli di non lasciarmi così, volevo chiedergli il nome, dove potevo trovarlo, stare ancora assieme ed ascoltarlo, di chiedergli mille altre cose, ascoltare la sua voce calma paziente ferma nel raccontarsi, di donarmi ancora la luce magica del suo sorriso, ma il tocco della sua mano ha bloccato il mio fiume di parole, dicendo "va bene così".
Quello che uscì dalla mia bocca e dal cuore fu “SONO ONORATO D’AVERLA CONOSCIUTO”.
Mi è parso che il tempo sia stato lunghissimo pari ad ore, invece mi accorgo che son passati solo pochissimi minuti gli ho stretto la mano, una mano delicata consunta dal tempo ma di una vitalità impressionante. Non mi sono girato per vederlo andar via ma credo sia stato lui a non volerlo. Non so il suo nome ma io lo ho chiamato ANGELO, e sono sempre più convinto, per quello che mi ha lasciato, non ci sia un nome migliore e più appropriato di questo.

A me rimarrà dentro il cuore quest’incontro e ho voluto darne testimonianza nella trasmissione “ERIKA UNA BARCA DISPERANZAperché quando la speranza ci abbandona ci sarà sempre un Angelo che ci parlerà standoci vicino!

Sergio.


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