RICORDO DI RICORDI LONTANI

                                                     

La sete del voler capire, imparare, anche se sottratto dal mio mondo.
Immagini di quel fanciullo seduto sul banco che sembrava immenso, nel suo essere di legno traspariva la sua vena intrisa di mille parole di scritti a volte indecifrabili consunti dal tempo e da chi prima di me ne fu lo scolaro.
Fervida correva la mia immaginazione la voglia di capire comprenderne il senso.
Quel ricordo s’annebbia nel momento in cui voglio ricordare, mi salgono le lacrime d’un ricordo sbiadito un po’ dal tempo, un po’ dovuto dalla sofferenza dalle lacrime che a volte cadevano assieme all’ inchiostro di quel calamaio pieno, nero, pauroso, la fatica che facevo per dosarlo nel canotto d’un pennino che spesso non collaborava con la conseguenza che la stanghetta, le O, le cornicette tanto faticose, ne uscivano distorte macchiate, o troppo fine per vederle.
Quelle cornicette che separavano il sapere dalla velata vergogna se non capivo alla perfezione ogni singolo insegnamento ma solo io so quanto m’impegnavo spesso non ci riuscivo. Poi quando tutto sembrava andasse per il meglio arriva quel maledetto STOP, incidente o semplicemente uno scherzo maligno della vita che tutto ti può dare come tutto ti può togliere,  a me ha tolto.


Ha cancellato la bellezza di quel cipresso fuori dalla finestra che a volte sbirciavo, non per distrarmi o magari perdere tempo, (come pensava la Maestra) ma solo per fissar nella mente quel concetto appena appreso. Tutto in quell’istante mi è stato cancellato, tutto è ricominciato nel modo sbagliato, non ero più io, ero diventato il più grande della classe, non c’erano più i miei compagni d’allora, di quel percorso fatto di compiti fatti assieme, di quel fulgido gioco fatto a ricreazione, non c’era più quell’attesa di secondi che sembravano ore al suono della campanella di fine lezione, “TUTTI A CASA”.
Tutto cambiato anche la Maestra buona quanto severa nell’insegnare.
Si proprio quella che voleva farmi passare anche se avevo perso quasi completamente l’anno, ma c’era chi aveva detto no!
Certo tutto cambiato anche l’aula non vedevo più l’albero a cui ero affezionato, ero diventato l’appestato, quello da cui fuggire, stare lontano, il gigante da evitare alla ricreazione (mentre gli altri correvano giocavano) io ero ai limiti del cortile da solo, seduto a guardarli non capendone il perché.
Allora la ribellione si fece sempre più forte, tutto quello a cui ero affezionato era sparito nel flebile ricordo del tempo che più non c’era. Deluso dentro ho proseguito arrancando fra la ribellione dell’animo nel non più voler apprendere, capire ed il miraggio si dissolse in me volendo solo dedicare tutto il tempo dovuto all’insegnamento dell’apprendere SOLO  come si fa a lavorare!
Ricordi sbiaditi dal tempo dove forse ero felice!


              

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